non, je ne suis pas Catherine Deneuve

e in fondo va bene così.

non ha una grande importanza.

tutto scivola, tutto scorre, tutto passa. forse c’è anche bellezza in questo, una bellezza segreta, nel lasciarsi andare, nel lasciar perdere. non mi sembra poi che chi combatte continuamente per le piccole  e grandi cose comunque irraggiungibili sia più felice di me.

dico di sì, che va bene, al mondo che mi dice di no.

non mi sistemano questa nuova stanza? va bene lo stesso, tanto non è propriamente mia, poi vado via.

mi hai messo paletti, quando dicevo che volevo qualcosa di più? va bene, magari è meglio, sì. in effetti.

non ho bellezza, nè qualità particolari, non c’è poesia in quello che dico, nè una speciale originalità? pazienza, lo so pure io, cercate altrove che avete la mia comprensione 

forse mi sfrondi un po’ l’orario di lavoro? ma sì, magari è meglio, mi fai un piacere, avrò più tempo  libero. camminerò e dormirò e leggerò e farò fotografie.

in bianco e nero, magari, come la mia vita, che non per questo al contrario delle fotografie è più suggestiva.

non voglio più costrizioni nè impegni, al di là di quello che è strettamente necessario. voi fate come volete, io mi adeguo, basta che conservo libertà per le cose fondamentali. non sopporto neanche impegni ludici troppo stringenti, nicchio.

da sola posso.

ho una scatola dei ricordi, dentro ci ho messo l’amore, il sesso, le grandi amicizie, le grandi aspirazioni, i programmi per il futuro, le speranze che vanno al di là di stanotte, le illusioni perdute, la voglia di pensare a ieri, la voglia di pensare a domani, e sul fondo anche musica, e sensazioni, magliette scollate, bicchieri di vino, ……

ma voglio tenerla nell’armadio, senza aprirla. lì in fondo, fa parte della mia vita ma non è bene avere troppa nostalgia.

la morte della famiglia

si continua a meditare, sulle cose.

avevo letto  un libro, negli anni ’70, del quale in realtà ora ricordo solo il titolo: La morte della famiglia, di David Cooper.

e questo titolo è quello che mi è venuto in mente questi giorni, riflettendo su alcune cose. sparita la famiglia d’origine (la mia proprio fisicamente, ma comunque se ne esce, ed è necessario superarla ed uscirne) ne creiamo un’altra, o più, che poi si distruggono nel tempo. i figli, sì, ma anche loro hanno poi la loro strada, a volte drasticamente e anche dolorosamente diversa da quella che percorriamo noi.

e poi, le famiglie dell’anima: i compagni dell’università, i compagni di viaggio…pare che non se ne possa fare a meno, della famiglia, quando dei legami tra più persone si stringono di più li chiamiamo così, famiglia…..e pare che almeno queste famiglie siano/debbano essere eterne, magari in mutazione, questo si ammette, ma comunque una roccia, presenti lì.

ma non è vero. la famiglia è morta, come diceva quel titolo di quel libro ingiallito lì su uno scaffale.

ciascuno ha la sua vita, cose buone e cose no.la vita è così, c’è stato un magnifico periodo insieme, di gioco e scoperte e cene e amori, e poi è finito. è rimasto un bel ricordo, un affetto di fondo, che si riattiva blandamente quella volta o due all’anno in cui ci si vede, ma niente di più, alla fine. la vita ci porta e ci porta via.

ti attacchi ai ricordi, a quello che era, all’affetto che ti trafigge al pensiero di quanto era bello, ma guardi anche indietro, e fai il conto delle volte in cui loro non c’erano, quando stavi bene o quando stavi male, delle volte in cui tu non c’eri, non ti avevano detto niente, quando stavano bene o quando stavano male.

guardo, osservo, e finalmente mi sembra di capire la solitudine che in fondo ci è propria, che è la cosa più stabile e concreta, nonostante tutti i tentativi di esorcizzarla, domarla, cambiarla. e capendo accetto. forse sto interiorizzando davvero anche questo, di concetto, e dopo non ne soffrirò più.

solitudine, poi, non so, ha un suono brutto, e invece io non voglio in questo contesto dare alla parola un significato negativo. è un fatto, di per sè è neutro, il fatto di avere proprio fisicamente, e quindi mentalmente, un dentro di noi ed un fuori, dei confini delimitati dal nostro corpo, che conservano quello che è dentro, nostro, che servono da contatto e da porta con tutto quello che è fuori da noi, ma che in qualche modo per ciò stesso è altro da noi.

e questo  rendersi conto della nostra unicità, della nostra esistenza come singola persona, del nostro valore di singolarità, di somma di esperienze diversa da quella di chiunque altro, è in fondo un darsi valore, un porsi coraggiosamente di fronte al mondo, un entrare in contatto senza necessità di fusione, se non per brevi momenti. non è necessario che ci sia di più, o che sia comunque permanente. va dato valore alla propria singolarità, affezionarcisi, curarla, fare quello che è bene per lei, per darle armonia. dando la mano agli altri, ma con attenzione, consci del fatto che prima o poi lasceremo la mano, o saremo lasciati, quando sarà giusto per noi, per l’altro, per il rispetto del poco tempo che abbiamo sulla terra.

bisogna capirlo bene, interiorizzarlo, in modo da viverlo senza traumi, senza stress, e quindi lasciar andare, quando è ora. a volte per noi può essere troppo presto, ma magari per l’altro è ora, o viceversa. che sia un’amica, un amante, un gruppo di amici. basta con l’accanimento terapeutico. così è più empatico, credo. più giusto.

le esperienze entrano in me, si sedimentano, poi entrano in ebollizione, e cambiano la mia forma, e poi ad un tratto è come se avessi capito davvero, in senso proprio etimologico, e riuscissi a sentire in un altro modo, migliore, più aderente alla realtà della vita. forse sto crescendo, un po’ a scatti, forse, ma mi sembra una buona strada…..

 

reset

e insomma, non voglio fare graduatorie, ma è stata un’estate molto difficile.

per fortuna è finita, fa ancora caldo ma è accettabile, e permette di respirare e pensare e proiettarsi in una vita più attiva, antidoto alla tristezza e ai pensieri neri…

esco, vado avanti, riesco a scherzare di buon grado, cerco di farmi scivolare sopra le cose irrimediabili, lavoro, leggo leggo leggo. esco anche volentieri, e non ammorbo nessuno!

tutto si risolverà, e magari un po’ bastonati ma ne usciremo…

ho un braccialetto, che mi sono fatta con delle piastrine incise comprate ad amsterdam, ed è come un mantra, per me, ogni tanto lo leggo e mi ripeto:

free your heart from hatred

free your mind from worries

live simply

give more

expect less

la più difficile è la seconda. l’ultima, beh, per quanto io pensi di avere aspettative abbastanza basse pare che siano sempre troppo alte rispetto a quanto raggiungibile. la prima, odio in vita mia in realtà ne ho sempre provato poco. e la terza, ci riesco sempre di più: aspiro ad avere un mondo personale semplice, con meno cose, meno oggetti, meno di tutto – con i soldi ci sto riuscendo, ahahah 😀 vabbè. no, ci sto riuscendo anche con il resto, tranne che per quel che riguarda i libri, che però sono una categoria a parte, sono irrinunciabili…. non mi convertirò mai agli e-books, voglio averli in mano, sentirne il peso e la consistenza, la tessitura della carta, l’odore, e i caratteri di stampa, e i segnalibri e gli ex libris.

e dunque, reset. oggi ci sono e prendo quello che c’è. ho ritrovato anche il piacere di uscire, di giocare un po’, mi godo questa estate di san martino del  mio spirito, speriamo che poi proprio inverno non sia, ma questo si vedrà.

in e(s?)quilibrio

vita complicata. problemi da tutte le parti, soldi che escono continuamente. stanca, ipocondriaca, somatizzante, anche un po’ stufa di me stessa e dei mie problemi vecchi e nuovi. ansia e pulsione di controllo su tutto (basterebbe che mi controllassi a me stessa medesima e sarebbe già una cosa). fa caldo e non lo sopporto. psicanalista in ferie. il mio cervello no (cioè, è in ferie da un pezzo ma non nel modo giusto). mi sembra tutto troppo difficile, ma tanto devi andare avanti, metti un piede davanti all’altro e via. mica c’è alternativa, a volte non c’è.

la leggerezza, sarebbe forse l’unico modo, mica è facile. sarebbe bella anche una vita bella “pesante” invece, di quelle che hai delle cose solide, un porto sicuro, un appoggio vero, uno scambio schietto, sicurezza. amore. uauauauauauauauauhhhaaa 😀 😀 vabbè. mica ci credo, ma insomma non sarebbe stato male. intendo quello ricambiato, non l’altro che quello lo conosco. ma forse no, alla fine. sarebbe un altro problema.

insomma ci si rifà provando la leggerezza, nei momenti sì. che ci voli sopra, ai problemi, uuh guarda che casino laggiù! lì in basso! ma insomma è solo un tentativo, ti ricordi pipù se passi di qui quel filmato che vedemmo al maxxi appena inaugurato? con quel giovine in abiti e capigliatura anni ’70 che saliva su un montarozzo, agitava furiosamente le braccia e provava a volare? inciampando e risalendo sul montarozzo e via ancora? indimenticabile, arte moderna. insomma, me paro io.

vabbè. buona estate a chi passa, e pure a me che ci provo (ancoraaa??!)

un soffio

un diario nuovo, piacevole, con le pagine lilla e la copertina viola…piccoli piaceri, in mancanza di quelli grandi, la terra trema a casa mia, sia lassù che quaggiù, ci si aggrappa quindi alle piccole gioie, un bagnoschiuma che profuma di miele, un libro di poesie, un quaderno nuovo, una matita ben appuntita rivestita di carta di varese, cambiare salvaschermo al cellulare e metterci la mia montagna o dei fiori gialli e viola, una maglietta morbida, una birra di grano, l’aria fresca della primavera, uno scambio di sms che è solo un’illusione ma lo prendi per quello che è, un piccolo piacere da tenere lì. e ancora, scarpe comode, vederti bionda, una pila di libri, uno zaino nuovo. il gatto. la leggerezza di non avere più una macchina (e quindi niente benzina-assicurazione-bollo-multe).

stasera fragole con la panna. e il mio letto comodo, alla fine della giornata.

domani è un altro giorno, chissà se ci sarò, intanto eccomi qui….

la leggerezza

una grande voglia di leggerezza. io potrei essere molto leggera, vivere volando, io potrei. lo sento dentro di me. ma poi spesso piomba una cappa e mi blocco. magari la vita non mi aiuta, ma chi mai aiuta, la vita? e poi rilassarsi significa prendere le cose come vengono non “avere una vita perfetta”…

ma la decisione è presa.

quando un capricorno decide di essere leggero, sta lì con i piedi per terra e cerca di organizzarsi ferreamente. ordine, in casa, nell’armadio, nei conti. elenchini di cose da fare per sentirsi a posto e abbandonarsi all’ebbrezza del volo. Se mi organizzo, posso stare senza pensieri! dopo! quando tutto è ben regolato!………

un dubbio ce l’avrei. vero è che insomma quel che va fatto va fatto.

ma anche volare va fatto, e il gioco, e la leggerezza. lasciarsi andare….

primavera

e così, è primavera….

primavera non bussa, lei entra sicura

come il fumo lei penetra in ogni fessura

ha le labbra di carne e i capelli di grano

che paura, che voglia che ti prenda per mano

che paura, che voglia che ti porti lontano…

al contrario del chimico di De Andrè, io ci ho provato, affidando ad un gioco la gioia e il dolore – com’è vero, in fondo…

sono bellissime giornate, sole, cielo azzurro, alberi in fiore, viene davvero voglia di vivere, uscire, sdraiarsi su un prato, lasciarsi andare. dimenticare per un po’ la crudeltà del mondo,  così presente nella nostra vita di tutti i giorni.

di semplificare tutto, buttare via tutto quello che non serve, e anzi ostacola.

di lasciar andare chi non vuole, e di guardare il cielo. di godere della libertà e della possibilità di guardarlo. di godere della solitudine e della compagnia di chi sta volentieri con te. anche se ora sono più incline al silenzio.

trois chambres à manhattan – attenzione contiene spoiler

avevo paura che finisse male, quei due che si erano incontrati per caso ed erano diventati indispensabili l’uno all’altra nel giro di poche ore, e si capivano senza neanche guardarsi. avevo il dubbio che fosse un libro di fantascienza, mmmh. io non capisco neanche dopo anni. o magari non voglio capire. sono solo parole, quelle che si dicono, messe lì una dopo l’altra, come soldati condotti al macello, in fila, senza un perchè, solo perchè sì, perchè qualcosa si dice, o si fa? le parole, hanno un significato? non credo. i fatti, ce l’hanno? quali fatti? ogni fatto significa o no.

quello che è vero è che io sono giù. con un libro, un computer e troppo tempo a disposizione, e vivo perchè ci sono, ed è tutto lì. e vorrei una storia scarnificata, una dose omeopatica di storia, di più non potrei reggere. la fondamentale solitudine degli esseri umani, ci si combatte tutta la vita arrivando solo molto raramente ad avere, per un po’, la sensazione di averla battuta. ma vince lei, e magari va bene così.

questo scrivevo ieri, oggi ho finito il libro.

era fantascienza, quei due erano oltre il muro del suono dell’amore, totalmente presi e persi e per sempre, in maniera misteriosa e insondabile, nel giro di pochi giorni:

demain ils ne seraient plus seuls, ils ne seraient plus jamais seuls, et quand elle eut soudain un frisson, quand il sentit, presque en meme temps, comme une vieille angoisse oubliée au fond de sa gorge, ils comprirent tous les deux qu’il venaient, au meme instant, sans le vouloir, de jeter un dernier regard sur leur ancienne solitude. et tous les deux se demandaient comment ils avaient pu la vivre.

ora sto meglio? mica lo so. forse sì e forse no. c’è, allora, ma al di là della vetrina, e tu sei perennemente lì con il naso schiacciato contro il cristallo freddo, anzi il tuo respiro l’appanna e a tratti neanche riesci a vedere bene al di là.

sto un cesso, ‘sti giorni, diciamolo. ma basta sopravivvere e passa, più o meno.

futura

dentro, lucio dalla cantava “futura”, e c’era tutto, in quella canzone: l’amore, il desiderio, il futuro, i figli che volevo e non avevo ancora, un mondo potente che sembrava a portata di mano.

fuori, una notte di montagna con il cielo nero trapunto di stelle, tante quante non ne avevo viste mai – non c’erano luci di città che riducessero lo splendore del cielo.

e c’eri tu. il futuro. la passione, il calore di un abbraccio, da perdercisi.

e infatti, mi sono perduta.

a saperlo, che trent’anni dopo ti avrei dovuto riconoscere in un letto non nostro, dove il tuo viso viola poggiava immobile sul cuscino da tre giorni.

Tu ne quaesieris (scire nefas) quem mihi, quem tibi
finem di dederint, Leuconoe, nec Babylonios
temptaris numeros. Ut melius quidquid erit pati,
seu pluris hiemes seu tribuit Iuppiter ultimam,
quae nunc oppositis debilitat pumicibus mare
Tyrrhenum: sapias, vina liques et spatio brevi
spem longam reseces. Dum loquimur, fugerit invida
aetas: carpe diem, quam minimum credula postero.